Lyn Balfour : «L’ho dimenticato in macchina. Poi la corsa, ma il mio bambino era già morto»

La tragedia 4 anni fa.

«L’insolito silenzio, la mente occupata». «Convinta di averlo dato alla baby sitter, li chiamano falsi ricordi».

Per me è ancora difficile capire che cosa sia realmente accaduto quel giorno di marzo, quattro anni fa. Ricordo che era stata una settimana pesante. Bryce, mio figlio, aveva nove mesi e da qualche giorno era raffreddato e piangeva di notte.

Mi sono detta, alzati, affronta la tua giornata, e domani è sabato. Quella mattina in Virginia il tempo era fresco e coperto. Ho infilato a Bryce una maglietta con le maniche lunghe, i pantaloncini e una giacchina. Non immaginavo che la temperatura sarebbe risalita fino a 19 gradi, un tepore insolito dalle nostre parti negli ultimi anni. Fosse stato il giorno prima, o quello dopo, forse Bryce sarebbe sopravvissuto. Di solito lasciavo Bryce a casa della babysitter prima di andare in ufficio, ma quel giorno ho accompagnato al lavoro anche mio marito, perché la sua macchina l’aveva presa mia sorella. Sistemavo sempre Bryce nel suo seggiolino, dietro il sedile del passeggero. Quella mattina invece avevo spostato il seggiolino alle mie spalle, fuori dal mio campo visivo.In macchina, mentre andavo al lavoro, Bryce mi accompagnava cantilenando con la sua vocina, ma quel giorno era assonnato, non dava segno della sua normale vivacità.

Ripensandoci, né io né mio marito ricordiamo di aver sentito la sua voce, presumo quindi che si fosse addormentato. Dopo aver fatto scendere mio marito, ho ricevuto un paio di chiamate di lavoro e ho cominciato subito a concentrarmi sui compiti che mi aspettavano in ufficio. Avevo la netta impressione di aver sistemato ogni cosa.

Ho lasciato l’auto nel parcheggio dell’azienda e sono uscita senza voltarmi indietro. È difficile immaginarlo, lo so, ma in quell’istante non sono stata neppur lontanamente sfiorata dal pensiero che Bryce potesse essere rimasto nel suo seggiolino in macchina. Quel giorno non ho avuto un attimo di tregua. La babysitter deve aver pensato che Bryce fosse rimasto a casa, sapendo che era stato poco bene. Abbiamo tentato, tutte e due, di telefonarci a più riprese, ma le linee erano occupate. Quando alla fine ci siamo parlate, la babysitter mi ha chiesto, «Come sta Bryce?». Non capivo. Ho risposto: «Come sarebbe a dire? Il bambino è da te». Ma lei ha ripetuto, «Lyn, non è qui da me. Non me l’hai portato stamattina».

Sono tornata alla macchina correndo come una pazza. Ripassavo mentalmente il tragitto verso l’ufficio. Ricordavo di aver consegnato Bryce alla babysitter, di averle parlato. Si chiamano «ricordi falsi»: quando ripeti un’azione quotidianamente, ti ricordi di averla compiuta, anche se così non è. Sono stata colta dal panico, non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto. Il solo pensiero che avessi dimenticato mio figlio in macchina mi toglieva il respiro. Ero sconvolta, e speravo, se il piccolo era effettivamente rimasto chiuso nell’auto, di trovarlo stanco, bagnato, affamato, ma niente di più grave. Solo quando sono arrivata alla macchina e l’ho visto mi sono ricordata com’erano andate realmente le cose. Non lo avevo consegnato alla babysitter. Bryce era nel suo seggiolino, il faccino un po’ arrossato. Aveva gli occhi chiusi, non dava segni di vita. Sembrava un bambolotto. Mi sono messa a urlare. L’ho estratto dall’auto e ho cercato di praticargli la respirazione bocca a bocca, poi ho gridato cercando aiuto, chiedendo a qualcuno di chiamare un’ambulanza. Ma lo sapevo che era morto. Avrei fatto qualunque cosa per essere io al suo posto.

Come faccio a dirlo a Jarrett, mio marito, pensavo, come faccio a dirgli che ho ucciso nostro figlio? Che l’ho dimenticato in macchina e che è morto? Come potrà mai perdonarmi?

Era stata una giornata mite, ma all’interno della vettura la temperatura era molto più elevata, sfiorava i 43 gradi. Bryce era morto di ipertermia, il cosiddetto colpo di calore. Speravo, invano, che si sarebbe risvegliato. Ed è questo il pensiero che più mi tormenta: lo rivedevo sveglio, affamato, che mi cercava, e io non c’ero.

Quando Jarrett è arrivato in ospedale, ero fuori di me dal dolore. Gli ho chiesto scusa. Lui si è messo a urlare, Ma quando anche lui ha capito, non mi ha più accusato. Anzi, mi ha sostenuta da quel momento in poi, persino quando sono stata accusata di omicidio colposo, maltrattamenti e abbandono di minore, imputazione poi ridotta a omicidio preterintenzionale. Il processo è stato un vero trauma. Ero di nuovo incinta e la mia vita era appesa a un filo. Quello che più di tormentava era il pensiero di dover lasciare la mia famiglia per scontare la pena in carcere: abbandonare mio marito, un altro figlio di 14 anni, era per me un dolore insopportabile.

Alla fine, la giuria popolare ha decretato che si era trattato di un tragico incidente. Mi sono sentita dire che mai più avrei dovuto mettere al mondo altri figli. La gente non capisce come succedono queste disgrazie, non immagina che possano capitare a chiunque, come le statistiche confermano.

L’anno scorso, circa 49 bambini sono morti per un colpo di calore, in America, dimenticati in macchina dai loro genitori. È successo al figlio di un poliziotto, di un’assistente sociale, di uno scienziato.

Dalla morte di Bryce ho avuto altri tre figli.

Certo, sono terrorizzata al pensiero di ripetere quello sbaglio. Ma non accetto che quanto è accaduto debba metter fine alla mia vita e annientarmi. Ho sbagliato, lo so, ma voglio continuare a vivere.

Lyn Balfour, Mamma